GRAN BALON DOMENICA 11 DICEMBRE 2016NEWSLETTER

L'ora del té

Brocante

16 ottobre 2013 alle ore 18.36
Brocante


La prima volta che giunsi ad Avignone fu durante la Pasqua del 1962. Ricordo bene il periodo perché proprio in quei giorni il generale Salan, capo dell'O.A.S. (Organisation Armée Sécrète) ed avversario di De Gaulle, veniva catturato e terminava, così, la terribile guerra tra Francia ed Algeria.

Il treno mi depositò alla stazione avignonese verso le tre di notte. Mi sentivo perduto e sconnesso.

Ignoravo le abitudini francesi, non avevo conoscenze sul posto. Per me, giovane proletario italiano, non abituato a lasciare la propria casa, la Francia era l'avventura, la Legione Straniera, l'Esistenzialismo, il Piccolo Principe, Freinet, Juliette Gréco, Brassens, il Moulin Rouge e tutta la pittura moderna, la Rivoluzione, la cultura laica e amante della vie en rose, come cantava la Piaf, incidendo nella commozione un solco profondo. La Francia era la lingua straniera obbligatoriamente studiata a scuola, a partire dalle medie inferiori, che apriva un mondo di meraviglie e di scandali, di ragazze libere, di filosofi nei bistrot, di letterati che sapevano scrivere merde.

Arrivai in terra di Provenza, con il mio abito più decente ed un impermeabile bianco, quale omaggio a Bogart di Casablanca.


Diagonale su Casablanca

Nel mio impermeabile stretto alla vita.
Strascico d'azzurrità perduta nella radiografia
della goccia ed ombre danzanti sul gessoso del muro
t'appaiono uomini. Casablanca si profila
dietro l'angolo del neon, umide in tasca le mani
arpanti Le diable au corps ed un filo di perle
lungo le labbra, che potrebb'essere pianto,
quando s'alza nel velo della pellicola stanca
il bimotore dell'addio, ma non è diafana essenza
d'angelo biondo, acqua che cola, invece, e imbeve
la carta ed il tabacco già saturi di sogni.
Nel mio impermeabile stretto alla vita.


Il motivo per cui, durante le vacanze scolastiche di Pasqua, avevo lasciato Torino per il Midi, aveva una curiosa storia alle spalle, iniziata in un Ostello per la Gioventù.

Con mio fratello, più giovane, stavo attraversando l'Italia, da nord a sud, su una Vespa. Non possedevamo nemmeno una tenda. Solo due coperte ed un telo cerato, contro l'umidità dei prati. Ci assicurava la giovinezza, la voglia di vedere luoghi nuovi, la sperimentata capacità di sopportare difficoltà d'ogni genere. Ogni qual volta, nelle città attraversate, trovavamo un Ostello, ad esso facevamo riferimento per dormire, anche se la varia umanità che vi transitava, prevalentemente straniera in quegli anni, ci metteva a disagio. Fu per questo motivo che approdammo all'albergo dei giovani squattrinati, in Firenze. Avevo 23 anni, insegnavo, ed il mondo lo conoscevo sulla carta. Condividevo le curiosità geografiche e l'amore per i viaggi con Salgari, che nella mia città aveva vissuto a lungo ed era morto suicida. L'approccio tra persone di sesso diverso era, allora, difficile e gli stranieri apparivano come inquietanti oggetti del desiderio. Europei di pelle bianca, comunque. Le mie possibilità di incontro e dialogo erano limitate dalla non conoscenza delle lingue straniere, in particolare dell'inglese, favella di Presley e dei soldati americani sbarcati in Italia durante la guerra. Appartenevo alla vecchia razza europea, umanista, nostalgica, colma di grandi utopie. E parlicchiavo francese. Per questo motivo venivo utilizzato dal giovane fratello, più 'blouson noir' di me, per tentare avvicinamenti con quelle fanciulle che, a causa della loro disinvoltura, parevano straniere. Da rimarcare è il fatto che le ragazze italiane, all'inizio degli anni sessanta, non andavano in giro da sole e non frequentavano gli Ostelli. C'era una frase alla quale mio fratello assegnava il compito di passe-partout. Chiedeva: Parlez-vous français ? Se la risposta era affermativa, utilizzava me per continuare la conversazione. Fu in quelle occasioni che appresi come si traducesse in francese il termine maestro. Dopo la brutta figura fatta da una compagna di scuola, la quale, richiesta di indicare nella lingua di Descartes, quale mestiere avrebbe voluto svolgere da grande, aveva risposto prontamente "La maitresse", tra le risate dei maschi e l'imbarazzo dell'insegnante, avevo sempre evitato di indicare il mio lavoro. Quella sera, di fronte a Magalï, France e Geneviève, risolsi, una volta per tutte, le mie difficoltà, riacquistai una fisionomia più netta e intrapresi un cammino che, più tardi, m'avrebbe portato ad Avignone. Trascorremmo tre giorni insieme e, al momento del commiato, ci scambiammo gli indirizzi. La più grande delle tre era Geneviève e lei decise che sì, avremmo potuto scriverci. Abitavano, le tre grazie, ad Aramon, un paese a venticinque kilometri da Avignone, accanto al Rodano. La corrispondenza iniziò ben presto e fu intensa, tanto che nacque un amore epistolare, il cui ricordo ancora mi turba. Possedevamo così poco! Ma lo vivevamo con grande intensità, pathos e drammaticità. Le lettere arrivavano puntuali, affrancate con francobolli rappresentanti una bella sanculotta. Geneviève ed io ci scambiammo doni. Le inviai 'Cristo si è fermato ad Eboli' di Carlo Levi e da lei ricevetti un disco a 33 giri con poesie di Prévert. C'era scritto sulla copertina: A Gianni, en gage de notre grande amitié. Affectueuses pensées, Geneviève. Tutti i favolosi personaggi che, dalla fine della guerra fino all'impegno d'allora, avevano dato profondità alla mia vita, si rivelavano compagni di strada, acquistavano spessore, ricollocavano la dignità al proprio posto, accanto ad un deambulante giovane uomo che amava Rimbaud. Furono giorni, e notti, di sfumate emozioni, che il telefono, più tardi, non eguagliò. In primavera, precoce nel midi francese, fu deciso l'incontro: dalla Firenze dell'estate precedente alla Provenza del 1962. Fu così che presi il treno per il sud. A Ventimiglia, con il solito leggero tremore che, allora, coglieva gli Italiani davanti ad una divisa, superai l'esame della Polizia di frontiera e mi ritrovai in Francia. Nel mio scompartimento sparirono i colloqui nella lingua consueta ed iniziò un brusìo nuovo, tutto da decodificare. Penetrava nel mio inconscio senza che io offrissi resistenza. Non cercavo di capire. Mi lasciavo cullare dalle cadenze inconsuete, mentre il paesaggio, fuori dal finestrino, veniva avvolto dalla notte. Ero un viaggiatore, in una terra scura, immerso in suoni evocatori ma confusi. Cercavo di ripassare mentalmente alcuni modi di dire, appresi nella corrispondenza con Geneviève. Mi tornava alla mente un incontro fatto in alta Val di Susa, all'interno del rifugio immerso nella neve. Lui era un aiuto-regista vietnamita. Lavorava a Parigi. Giunto dalla Savoia sulle Alpi italiane per sciare, si era trovato bloccato in quel rifugio a causa di una forte nevicata. Le sue amiche, parigine, disinvolte e gentili, rappresentavano assai bene l'idea che m'ero fatta delle donne francesi. Avevo, allora, 22 anni. Si decise di scendere a Torino ed io mi offrii quale guida. Non so bene come riuscii ad illustrare, in un francese comprensibile e non risibile, le bellezze della città. Qualche tempo dopo ricevetti da Parigi un volume, che conservo ancora. Aveva per titolo "La Commune de 1871" e lo producevano le Editions Sociales. Il tutto si svolgeva nel drammatico, per noi, 1960. Ignoro, perché difficile da pronunciare, credo, il nome del vietnamita generoso e riconoscente, ma il gesto ha rinforzato la mia fiducia negli incontri non programmati. Ogni viaggio ha un inizio ed una fine. Il mio terminò alle tre di notte in Avignone. Giunsi alla stazione, stupefatto e insonnolito, e varcai l'uscita verso la città, la quale mi apparve come un luogo fantasma, circondato da mura, con un fiume che scorreva accanto, un effetto della stanchezza, un altrove di segno e di senso. Alle tre di notte dormono ad Avignone come a Torino, ma nella Francia dei primi anni sessanta il sonno aveva qualcosa di diverso, ricordava i film di Renoir, i sorrisi di Gérard Philippe, la voce di Yves Montand. La notte, però, era buia e nessuno mi attendeva alla stazione. Rientrai, quindi. Con fatica perché avevo consegnato il mio biglietto che mi dava il diritto di frequentare la gare. Rientrai e cercai una salle d'accueil. La trovai e mi immersi in una dimensione esotica. Dormivano, i bimbi in braccio alle madri, fagotti tra fagotti, decine e decine di Algerini, in rotta vero la loro patria. Anch'io ero straniero, ma non ambivo a ritorni. Desideravo, invece, una nuova casa. Speravo in una storia affettiva, strana, figlia della nostra generazione, affamata di amore, ricca soltanto di aspirazioni, di determinazione: per il resto, pochi soldi, futuri grigi, emarginazioni sociali, ricordi di bombardamenti e di morti. Dormii, credo, anch'io, nell'impermeabile bianco che ricordava Bogart in Casablanca. Dormii, e così passò la mia prima notte avignonese, all'antivigilia di Pasqua del 1962. Il mattino giunse presto, caldo, confuso. Mi svegliai in un ambiente del tutto estraneo, tra persone che non conoscevo. La colonna sonora era composta da suoni il cui significato mi sfuggiva. Sperimentavo il senso di vacuità dell'essere straniero. Eppure amavo la Francia! Era il mio polmone, la mia gioia, la mia consapevolezza. Fuori della stazione, Avignone mi si presentava come un cesto colmo di leccornie grafiche. Leggendo le insegne, i nomi dei viali e delle strade, ripassavo il mio francese, apprendevo, dal vivo, nuovi termini: mi rinfrancavo. Attendevo qualcuno alla stazione ma nessuno era giunto. Decisi pertanto di telefonare ad Aramon ma la cosa, per me, era piuttosto complessa. Sulla rotella dell'apparecchio c'erano numeri e lettere, che io non sapevo combinare. Mi venne in aiuto l'operatrice dei telefoni. Ma a quel punto come avrei tradotto "Pronto, sono Gianni"? Da Aramon mi rispose una voce femminile, forse una del clan dei Rosier, la famiglia a cui apparteneva la mia corrispondente. "Oui, Gianni, l'italien...je sais...on t'attend... " . Mi recai nuovamente alla stazione per cercare un treno che mi portasse nel villaggio ma, giustamente dal punto di vista dei ferrovieri, gli 'cheminots' avevano scelto le vacanze pasquali per scioperare. Niente treni locali. Da Avignone ad Aramon c'erano 25 kilometri, non molti per me, abituato a camminare in montagna. Attraversai il ponte sul maestoso Rodano, azzurro e fresco. Più a monte si scorgeva l'altro, di ponte, dimezzato, là dove, come dice la canzone, "sur le pont d'Avignon on y danse tous en rond". Con me portavo un borsone e sul braccio l'impermeabile bianco di cui, in Italia, andavo fiero. La strada s'inoltrava costeggiando il fiume, sotto un filare di alberi, tra i profumi del rosmarino e della lavanda. Viaggiavo trasognato, senza pensare a nulla. Quasi in una bolla, in una zona non soggetta a vincoli particolari. Sempre mi succede quando devo ingranare una nuova marcia ed iniziare a pensare in francese. Ad un certo punto sentii strombazzare e vidi accostarsi la mitica 'due cavalli', emblema, tra i giovani Italiani, di libertà, gioia, irriverenza. Mi preparai la frase di circostanza. Al volante era una ragazza. Cosa impensabile al di là delle Alpi. Da noi l'avrebbero giudicata una poco di buono, come minimo. L'auto si arrestò e la ragazza mi fece segno di salire. Anche lei sapeva che ero Gianni, che ero l'amico di Geneviève e che dovevo recarmi ad Aramon. Ci arrivammo, infatti, e la Provenza mai mi parve così ospitale, gentile e raffinata. Al villaggio non c'era Geneviève ad accogliermi ma sua sorella Magalï. Grandi abbracci e "Viens, on va chez France". La quale, poverina, giaceva, con una gamba ingessata, seduta su un lettone. Decise di festeggiare con champagne e pastis. Sovente, in quella giornata, dovetti ripetere il rito e quando incontrai finalmente Geneviève la mia disinvoltura era grande. La sua era una famiglia contadina, semplice e imbarazzata. A me pareva strano, ma anche in Francia esisteva il sud! Regalai alla mamma una caffettiera 'napoletana' e ricevetti l'invito di trascorrere presso di loro la notte. Ad Avignone dormivo nel locale Auberge de jeunesse. Il pomeriggio fui trascinato per il paese e alla sera tutti ci trovammo nel bar più grande, e forse l'unico, dove, sistemate alcune panche, la gente assisteva alla proiezione di un film. Era un'immersione totale nella lingua, nel calore, nel paesaggio del Midi. All'interno del bar campeggiavano svariati manifesti di corride. A Nîmes c'era l'arena e si svolgevano corride incruente. Al bancone stazionavano tipi scuri con gran baffi: gitani, venni a sapere, della vicina Camargue. Così giunse la seconda notte e trascorse. L'indomani Geneviève, imbarazzata, mi presentò il suo 'fidanzato', un tipo 'truzzo', diremmo oggi, un paesano, che a me parve imposto, piuttosto che scelto, all'indipendenza e sensibilità di Geneviève. I giochi erano fatti. Il nostro amore, epistolare, tale doveva rimanere, anzi terminare, perché il fidanzato era geloso e non si fidava di un Italiano, intellettuale per di più. Fu un grosso choc, lo devo ammettere, anche se la sorellina Magalï cercò di tenermi compagnia e consolarmi. France dichiarò che "l'amour vient, l'amour va" e che, probabilmente, c'entrava molto la famiglia Rosier. Pastis e champagne diluirono il magone. La mattina dopo, Pasqua, c'era un avvenimento importante: il raduno dei 'gardiens' a cavallo presso un santuario nella brughiera. Tutti i paesi vicini vi si sarebbero recati a piedi, in festa, ed anche i tamburini e pifferai giunti da Marsiglia. La compagnia, il sole, i canti, le ragazze a braccetto trasformarono la mia malinconia in un augurio di felicità per Geneviève. Ero, allora, un lupo solitario e lo sarei rimasto, vagabondo per le strade d'Europa, ancora per molto tempo. Il santuario si trovava in una conca verde e viola. La gente giungeva da più parti. I 'gardiens' sui loro bianchi cavalli della Camargue avanzavano solenni ed anche i Marsigliesi con i lunghi tamburi ed i pifferi. In altri tempi avevano raggiunto Parigi suonando la canzone che divenne l'inno della Rivoluzione e della Francia repubblicana. Vedevo ed ascoltavo un pezzo di storia, non imbalsamata, tra gente allegra, nitriti di cavalli e poi, seduti tra i cespugli di lavanda, intenti a sgranocchiare 'baguettes' e a bere champagne.

Il finale è sfocato. Forse baci e abbracci, forse il ritorno ad Avignone in auto o in corriera. Da lì il rimpatrio. Il che significava il lavoro a scuola, consolante e stimolante, ma anche la routine della vita italiana del tempo, con il suo San Remo, la sua ipocrisia e violenza poliziesca. A quoi bon, tout ça ? Perché tutto questo ?

La risposta rimase sospesa, come nel finale di Casablanca. Ripartii sul treno ma a Marsiglia dovetti scendere, attendere e cambiare. Anche questa città divenne parte della mia storia, più tardi, quando individuai, di fronte al porto, il Castello d'If, la fortezza nella quale Dumas raccontava essere stato incarcerato Edmond Dantès, il futuro Conte di Montecristo. In attesa, davanti alla stazione di Marsiglia, un fotografo ambulante scattò un'istantanea. Questa mi attesta che non fu un sogno, ma l'inizio di una relazione con una terra, e con un popolo, che dura tutt'ora. Et voilà!


A Magalï

Non sorridere
come miele fuso.
Ogni goccia fonde
la mia speranza
di dimenticarti.

Aramon, 1962

Avignone mi ritornò alla mente in un romanzo di Lawrence Durrell, di cui non ricordo il titolo, letto in treno, nel 1969, credo, durante le mie peregrinazioni verso le Cinque Terre, dove un amore per una donna francese mi richiamava durante le ferie estive. Era un'Avignone che a me appariva odiosa, cinta da mura opprimenti, immersa in un'atmosfera torbida, per decadenti intellettuali americani. Quell'Avignone lì aveva poco a che vedere con i miei ricordi, con le mie letture, con il dolce suono della parlata provenzale. In effetti, dopo il mio solitario viaggio in impermeabile bianco, non avevo più avuto occasione di visitare la Francia. C'ero tornato con mio fratello, in auto e tenda, di corsa, toccando Parigi e i Pirenei, in una sorta di Bignami geografico, quando, avendo egli terminato il servizio militare , lavorando come disegnatore alla Fiat ed essendo innamorato della sua futura moglie, avevamo organizzato una sorta di addio al celibato, per lui, ché io attesi ancora un bel po' di tempo prima di diventare 'marito'. Quel viaggio, però, quasi l'ho scordato. Ricordo il Bois de Boulogne a Parigi , un film di cui compresi poco ma che mi convinse del fatto che la lingua da me studiata a scuola risaliva a Corneille, non era usata nel parlare quotidiano e serviva a poco, nemmeno per ringraziare epistolarmente. Ricordo Andorra, sui Pirenei, in una giornata piovosa, da contrabbandieri, dove comprammo sigari a poco prezzo. Ricordo mio fratello, che guidava, mentre io mantenevo le relazioni sociali, organizzavo le visite culturali e m'inebriavo di francesità. Nel 1966, in piena stagione 'beat', ritornai, avventurosamente, in autostop, a Parigi, passando da Marsiglia dove attesi, sulla strada sbagliata, per tutto il giorno, che qualcuno mi caricasse, e soltanto all'inizio della notte, cambiata strada per cercare un posto riparato dove dormire nel saccoapelo, ebbi la fortuna di trovare un passaggio, su un camion, fino alla Capitale. L'autista era corso. Il presidente della repubblica francese era De Gaulle. Io dovevo parlare e parlare, per tenerlo sveglio, ma dovevo evitare di urtare la sua suscettibilità di corso, uno, cioè, che preferiva gli Italiani ai Francesi e i Corsi a tutti. A Parigi, sbarcato da poco e riunitomi ad altri 'capelloni' italiani lì giunti, fui arrestato in una retata e condotto al Commissariato del Panthéon, dove, con gli altri, trattato affatto gentilmente dai flics parigini, i piedi immersi in un liquido maleodorante, urina forse, attesi tutta la notte che si chiarisse la nostra posizione. L'indomani mattina, su un cellulare fui trasbordato alla Prefecture dove un impiegato imbarazzato, essendo io un cittadino straniero, mi spiegò che quelle misure erano state decise dal Ministro degli Interni, affinché Parigi, in assenza di De Gaulle, che era in vacanza, fosse tranquilla. Nel tragitto dal commissariato alla nuova destinazione vedevo la città dalla finestrella del cellulare. Mi venivano in mente i gialli di Simenon, il commissario Maigret... Anche nella rogna sempre Francia era! Il funzionario si giustificò con me rimarcando che risultavo dai documenti essere un insegnante e che in Francia non era costume vedere insegnanti con i capelli lunghi. E Freinet allora? Mio ispiratore e loro gloria nazionale, o forse no per l'ufficialità, che aveva portato i capelli, ormai grigi, lunghi sul collo? Fui rilasciato e vissi, dormendo dietro ai cespugli al Bois de Boulogne, per una quindicina di giorni. Capii che cosa si possa provare ad essere stranieri, anche se innamorati della terra nella quale ti trovi in quel momento. Di lì a un mese dovetti ritornare, questa volta in treno, a Parigi per ricercare una ragazza fuggita di casa. Sua madre, con la quale il rapporto era pessimo, mi aveva telefonato pregandomi di correre su. Forse si era intruppata con i 'capelloni', vai a sapere. Marzia, si chiamava la ragazza. La madre mi inviò un vaglia postale e partii con un amico. Io avrei verificato i gruppi che stazionavano sul Lungo Senna, lui quelli di Montmartre. Dopo tre giorni venni a sapere, telefonicamente dalla madre, che Marzia non aveva varcato la frontiera e che la sua fughetta era terminata bene: non so per chi!.

Ricordo che per la prima volta mi sentii più in sintonia con i Provos olandesi che non con i giovani francesi. Quando noi offrivamo loro la leggenda di Kerouac e Ginsberg essi ci rispondevano "Connaissez-vous Céline?". Devo ancora comprendere se, data la storia dell'autore, fosse oppure no una provocazione. Dopo di allora, ancora una volta, di passaggio a Digione, da Amsterdam, sentii parlar francese: da una famiglia di protestanti, alla stazione, che si recavano a non so quale raduno religioso e che mi offrirono la cena. Non ero molto presentabile. Capelli lunghi, giaccone afgano addosso, puzzolente di capra, piedi nudi in sandali indiani ed una borsa di tela. Di certo loro furono i miei buoni Samaritani! Così come lo fu una giovane giornalista di moda italiana, incontrata sul treno, che mi pagò il biglietto dalla frontiera a Torino, in cambio d'una collanina che le avevo regalato (ne facevo molte e le donavo, un po' come fanno i buddhisti tibetani con le loro sciarpe leggere). Il viaggio fu piacevole, tenero, bacioso.


20.000 sigarette andate in fumo

1 collana di perline e parole
2 propositi di viaggio
10 baci dati ed avuti con amore tenero e pulito di corpi vivi
20.013 cose belle tra lei e me
una somma di simpatia
in un ritaglio di mondo che continuava a ruminare.


La Francia non mi vide, poi, per alcuni anni. Durante l'estate, spezzata, perché a seguito d'una decisione del Provveditorato agli Studi di Torino ero stato confinato in un ufficio dell'Ispettorato ed avevo, quindi, il calendario degli impiegati e non più le vacanze continuate, mi recavo a Vernazza dove Micheline mi aspettava, e mi aspettò per cinque anni. Il mio 'estero' fu, durante quel tempo, la Svizzera, perché Micheline, parigina, viveva e lavorava a Lausanne.

Solo nel giugno del 1973 ritornai ad Avignone per vedere, al Palais des Papes, la mostra di Picasso, morto da poco. Viaggiavo in auto con Maria Teresa, che divenne la madre di nostra figlia Alice. Non avevo la patente. La acquisii nel 1976, quando nacque la piccola. La decisione di tornare ad Avignone fu presa all'improvviso. Partimmo al pomeriggio, arrivammo di notte, dormimmo lungo il Rodano avendo un foglio di plastica come riparo. Al mattino le chioccioline riposavano tra i miei capelli. La mostra di Picasso fu un'emozione grande. Quadri immensi, alcuni nemmeno terminati. Storie di sangue e di amore, desiderio di dire molto, sentendo la morte sopraggiungere. In pochi mesi Picasso aveva stilato il suo testamento pittorico con la felicità e la violenza di un bambino ebbro. Avignone ci apparve, al mattino presto, avvolta in una sorta di bruma. Si schiarì più tardi ed illuminò il nostro pranzo con baguette e vin blanc.

Il sole meridionale scacciò le stantìe peregrinazioni intellettuali del Durrell. Avignone era quella dove si balla 'tous en rond', dove un 'vin de sables' assieme ad una zuppa di cipolle ti concilia il pomeriggio e ti fa allungare sul sofà. Nel 1974 mi sposai e come viaggio di nozze ripercorremmo sulla vecchia Wolksvagen il Midi, giungendo anche a visitare Aramon, che mi parve poco più che un piccolo nome sulla cartina. La storia continuava e 'je ne regrette rien' come cantava la Piaf.

Da allora più e più volte la terra di Mistral mi ha avuto ospite. Felice ed infelice. Sposato, divorziato, risposato. Solo con Alice adolescente.... Ed è quando andai ad Arles, in campeggio, nel 1990, con Alice, 'la petite italienne' come la chiamavano, che incontrai due ebrei. Lei era di Modena, lui era nato in Israele. Condividevamo lo spazio del campeggio, accanto alla siepe. Ero con mia figlia ed un cane lupo. Fu una dolce compagnia, in un periodo in cui, da solo, vivevo un profondo stato di malinconia.

Ci ritrovammo, per caso, davanti alla Sinagoga di Avignone, che visitammo. Lo scaccino, saputo che ero italiano, mi esaltò l'abilità, come sarti e calzolai, degli ebrei italiani fuggiti in Tunisia durante la guerra. A tutti coloro che ancora devono fuggire,shalom.

GIANNI MILANO