GRAN BALON DOMENICA 11 DICEMBRE 2016NEWSLETTER

L'ora del té

Gildo della Madonna

1935. Mamma Viola aveva 23 anni. Portava i capelli corti, che permettevano al viso di esprimersi nel suo ovale pulito. Vestiva un abito a fiori, lungo, con le maniche corte, senza alcun drappeggio, con una cintola in vita. Sorrideva malinconicamente, appoggiata alla fontana del Nettuno a Trento. Così appare in una piccola istantanea, un po' consumata dal tempo.  Sul retro, con una grafia volitiva ed elegante, "In ricordo perenne del nostro incontro, tua Violetta". Accanto a lei, sul cartoncino in bianco e nero, appaiono Lena e Tullia. La prima è la cognata, la seconda la sorella.  Hanno   l'aspetto di chi si attende un futuro pieno di novità, di gioie, di libertà. Viola abbandonerà Trento e sposerà Pino, Lena, senza dover abbandonare casa, troverà Antonio, in Monferrato, e Tullia, l'unica che rimarrà trentina fino alla morte, andrà a nozze con Giovanni. Ma tutto ciò non è ancora avvenuto. Le tre ragazze stanno lì, di fronte all'obiettivo, accanto al Nettuno, e la loro giovinezza  ha il sacrosanto diritto d'essere bella . Che Lena sia a Trento stupisce. La nonna diceva che era nata sul piroscafo, quindi non temeva gli spostamenti, ma è pur sempre una ragazza, e il viaggio dal Piemonte al Trentino non è una passeggiata! Si capisce il perché della presenza di Lena accanto a Viola e a Tullia se si legge il retro d'un'altra piccola fotografia che rappresenta Giuseppe, detto Pino, nel suo vestito della festa, con cravatta, fazzoletto nel taschino e cappello alto, leggermente inclinato sulla fronte. Sta scritto, in data  9 settembre 1935, " questa mia sia il ricordo della mia amata, Giuseppe". Viola e Giuseppe si sposarono nel 1937. Lena, quindi, poteva essere l'ambasciatrice tra i due, inviata  in esplorazione presso quella famiglia di ex-austriaci, che, come diceva nonno Pietro, "avevano il chiodo in testa", e non importa se li confondeva con i prussiani! D'altra parte, quasi per controbilanciare, anche nonno Giuseppe, il papà di Viola, quando si irritava perché a tavola si parlava, sbottava in un "Siete proprio Taliani!", che coglieva tutti di sorpresa.  L'invio di fotografie continua e così il13 di novembre, sempre del 1935, Viola spedisce da Trento un'istantanea con la sorella Tullia. Sono vestite allo stesso modo e la Tullia appare più alta della sorella. Si appoggiano allo stipite di una porta a vetri. Viola ingentilisce l'abito con un fiore in tulle sulla spalla sinistra, Tullia porta attorno al collo un foulard che le scende sul davanti. La didascalia è essenziale: "Sempre pensandoti, Violetta". Dalla campagna parte, diretta a Trento, un'altra immagine. E' Lena, la sorella di Pino, che vestita di un abito chiaro, con un vezzo davanti, l'orologino al polso, scrive "A ricordo della mia Violetta che tanto amo, Lena" e in un postscriptum  precisa "questo sarebbe il vestito comprato con i soldi di Pino". Il quale, sempre per necessità economiche, nel novembre dello stesso anno sbarcava in Africa Orientale come volontario e vi rimaneva per un anno. Lo si vede accanto ad una mitragliatrice e sul retro della foto sta scritto "La nostra conquista del monte Amba Alagi. Alla mia Violetta che sempre ricordo. Pino". Al suo rientro in Italia gli veniva corrisposta la cifra di lire 450. Non doveva essere un gran che se, sposatosi finalmente con la morosa di città, dovette arrangiarsi su e giù per le colline ad acquistare e vendere pelli di coniglio, che, impagliate, stavano stese nel cortile ed attiravano le mosche in quantità tali da coprire i cadaveri. A Viola facevano senso e dal mondo cittadino mitteleuropeo della sua Trento, dove era andata a scuola, frequentava comitive di giovani allegri, amanti delle gite in montagna, delle letture, dei film, la precipitavano nel mondo contadino chiuso, di un'area depressa, dove la nuova   famiglia aveva alle spalle una dura emigrazione in Sud-America, l'orizzonte era delimitato da colline e colline, senza via di scampo, la gente non parlava in italiano e la giovinezza svaniva come le bollicine della gazzosa. Ma nel 1935 tutt'altro era l'auspicio. Le tre giovani e graziose ragazze fremevano di sentimenti leggeri, nel pieno del loro fiorire, aperte a nuove storie e paesaggi. Si offrivano allo sguardo  come betulle e non temevano il destino che per loro aveva gravosi progetti. Di lì a qualche anno sarebbero divenute, tutte e tre, madri. Di lì a qualche anno sarebbe scoppiata la guerra. Rimasero, nell'aria, parole, un  po' desuete, come amore, ricordo. Fluttuarono tra le mura della casa contadina canzoni da operetta che Viola intonava come ninne-nanne per il suo primogenito. Non ci furono più abiti a fiori, orologini al polso. In solaio si ammucchiarono le riviste di una volta, le "Mani di fata" che insegnavano il ricamo ed il cucito elegante. I quaderni di scuola rivelavano un insegnamento proiettato verso un mondo equilibrato e sereno. La grafia esuberante era segno di energia. L'inchiostro iniziava a scolorire. Si dovette cambiar pelle. Anche l'anima tentò la metamorfosi, ma fallì. La malinconia s'insediò come un occupante sornione, e non se n'andò più. Partì, invece, il Pino, richiamato alle armi, il 17 dicembre del 1942, verso il fronte albanese. Lasciò  una moglie incinta del secondo figlio, che non vide nascere, che conobbe più tardi, quando, come recita il foglio di congedo, "sbandatosi in seguito agli eventi sopravvenuti l'8 settembre del 1943" raggiunse con mezzi di fortuna la sua casa. Considerato sempre in servizio militare, fu congedato il 30 aprile del 1945. Allora, però, era già un'altra storia e sul balcone sventolava una bandiera tricolore. Mamma Viola l'aveva confezionata con le proprie mani ma il rosso mancava ed allora al suo posto vi aveva cucito dell'arancione. L'intenzione era chiara e buona. Nell'Italia liberata nessuno avrebbe potuto accusare la famiglia di nostalgie col passato regime. Il sorriso che  beatificava i volti delle tre ragazze d'un tempo s'era tramutato in una linea diritta, quasi una ferita. Di certo la vita continuava, ma che vita era? Disadattata al nuovo stile, ed il marito se ne accorgeva e ci stava male e reagiva duro,  mamma Viola spingeva mestamente e timidamente i giorni, uno dopo l'altro, senza mai lamentarsi, con la solidarietà costante della Lena. "È destino!", diceva. "Ci sono quelli a cui va tutto bene ed altri che sono fortunati se nessuno li scorge...".  Ma dalle fotografie, ritrovate, ora che Viola e Pino non fanno più parte della storia, emana ancora, e sempre, nonostante tutto, la   speranza nella vita, che dev'essere buona, che deve soddisfare i sogni, che deve concedere a tutti una vecchiaia di saggezza e memorie.                                            

GIANNI  MILANO   (da "Gildo della Madonna")