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L'ora del té

La "medicona"

....una volta....
27 ottobre 2013 alle ore 15.25
La 'medicona'

Non ricordo quale età avessi. Facevo le elementari, verso la fine.
Si era ancora negli anni '40.
Torino mostrava un volto di città triste, addolorata, martoriata.
Aveva subito bombardamenti aerei da parte degli 'alleati' ed interi quartieri segnalavano con le loro case distrutte, le nude pareti interne esposte alla vergogna, i passaggi degli aerei.
Abitavo in borgo San Paolo, quartiere di fabbriche metalmeccaniche, Fiat, Lancia, Viberti, alla periferia della città. La via portava il nome di un passo alpino, importante nella storia e nella geografia: Monginevro. Il nome pare significasse Monte del Ginepro, pianta sacra a Giove, per il quale era stato eretto un tempio.
In altri tempi da lì erano passati i pellegrini che dal nord scendevano fino a Roma seguendo la 'via francigena' e, assieme ai pii, eserciti portatori di morte.
Via Monginevro correva diritta fino al deposito dei tram. Pareva un freccia orientata verso ovest, dove c'erano le montagne e, oltre, la Francia.
In quegli anni era per me un'avventura raggiungere il Deposito dei tram, scorgere la corona delle Alpi, sentire nel naso l'odore dell'erba, intravedere l'inizio della campagna, che si incuneava tra le fabbriche e mostrava il passaggio da un mondo contadino a quello operaio, senza che questo avesse completamente soppiantato quello.
Agli antìpodi del Deposito, dove i viali si allungavano verso la stazione ferroviaria 'Porta Nuova', corrucciata stava la Prigione, che tutti conoscevano col nome di 'Le Nuove'. Vi fu rinchiuso per breve tempo anche mio padre quando i Tedeschi fecero razzìa di uomini robusti per inviarli in Germania a lavorare.
Di fronte a Le Nuove si defilava corso Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia, per grazia di Dio e di popolo. Vi portavo il fratellino, avrà avuto quattro anni?, a raccogliere le 'castagne d'India' per incrementare il fuoco nella stufa.
Forse, in quel tempo, non ero più suddito ma già cittadino. L'ultimo Vittorio aveva abdicato ed il figlio Umberto era stato scacciato con un referendum popolare che aveva proclamato la repubblica. I Savoia ne avevano combinate troppe!
L'alloggio in cui abitavo consisteva in una stanza, occupata da un letto matrimoniale e da un lettino mobile. In realtà le stanze erano due, ma in una ci dormivano i nonni Pietro e Palmina con il mio fratellino Gino, da sempre molto amato e coccolato da nonno Pietro. I due locali, con cesso alla turca sul fondo del balcone, riparato da due pareti in legno, fessurate, dalle quali filtrava un raggio di luce carico di minuscolo pulviscolo, si trovavano al primo piano di una casetta, residuo di probabili insediamenti vetero-operai, posta nel cortile della casa grande, che si affacciava sulla via e portava il numero civico 23. Mia madre, Viola, lavorava come commessa nel negozio di alimentari dei nonni, i suoceri. Mio padre trasportava macchine utensili con grandi carri trainati da cavalli, immensi, mi parevano. Il suo mestiere mi metteva a disagio. In scuola non osavo dire che era carrettiere e perciò parlavo di 'addetto ai trasporti'.
In quel tempo, qualunque esso fosse, i malanni fisici mi colpirono in maniera ossessiva.
Si iniziò con il piede.
Un mattino d'autunno mi svegliai senza problemi apparenti. Sentii dolore nel posare il piede destro per terra e m'accorsi che qualcosa di strano era avvenuto durante la notte. L'alluce era gonfiato in modo tale che non riuscivo ad infilare la scarpa.
Allora era consuetudine, nella mia famiglia, per mancanza di denaro, portare scarpe chiuse con il freddo, sandali in primavera e scarpe da ginnastica in estate. Quest'ultime si compravano in via Monginevro presso un grande negozio che inalberava la scritta Colombino. Era il nome d'una catena di negozi. Le scarpe da ginnastica avevano la suola di gomma ed il di sopra di tela. Duravano un'estate, puzzavano moltissimo ed erano sinonimo di libertà vacanziera.
Tornando, però, all'alluce gonfio, mia madre si trovò ad affrontare l'imprevisto.
Dovevo andare a scuola ma il piede non entrava nella scarpa.
A casa non potevo restare di certo. Nessuno avrebbe badato a me.
Fu così che la decisione, grave, fu presa. Mia madre, con un coltello, tagliò in punta la parte superiore della scarpa, di modo che il piede riuscì a sistemarsi.
Per consolarmi affermò: "Sembra un sandalo. Non credo ne vedrai molti a scuola come te!". Non ne vidi molti, infatti, ma nessuno mi prese in giro. Nel dopoguerra c'era ben altro a cui pensare! Fui portato anche alla Mutua, nel pomeriggio, ed un medico sentenziò trattarsi di decalcificazione ossea. Mangiar bene si doveva. Bere latte.
Parole.
Il gonfiore dopo un certo periodo svanì.
La scarpa rimase sconciata.
Ma io penso al gesto di mia madre come atto d'amore di una donna che dovette decidere da sola, senza denaro e senza appoggi. "Ti metti i calzettoni e così non senti il freddo", diceva. Nelle notti senza riscaldamento, quando si faticava ad addormentarsi perché tra le lenzuola si gelava, le disgrazie si allenavano a giocare brutti scherzi, ai bambini, ai poveri, alle donne.
Il giorno dopo, comunque, si andava pur sempre avanti.
Sempre freddo, faceva.
Questa volta, però, furono gli occhi a soffrire.
Un mattino, sempre al mattino facevo sgradite scoperte!, al risveglio mi accorsi di non riuscire a sollevare le palpebre. Una sorta di catarro le sigillava. A fatica, con l'aiuto di acqua tiepida, mia madre riuscì a farmi aprire gli occhi, ma il muco, giallo, stava lì, pronto. Mia nonna ricordò che un guaio del genere l'avevo avuto alla nascita. Poi, ringraziando il cielo, era passato e gli occhi e la vista non ne avevano risentito. Nel negozio di alimentari si parlò del problema e fu suggerito l'indirizzo di una 'medicona' che, a poco costo, pareva facesse miracoli.
Mia madre si prese un pomeriggio di libertà. Mi sistemò nel mio cappotto ricuperato da uno adulto, cosa consueta allora, quando nulla si gettava e tutto veniva riciclato; lei indossò il suo, nero, con il colletto di coniglio. Salimmo sul tram numero 16 e giungemmo a Porta Palazzo.
Questa parte della città mi era totalmente sconosciuta. A piedi non ci potevo arrivare ed oltre le Carceri mi sentivo in terra straniera. Dicevo, infatti, a mio fratello quando ci recavamo a raccogliere le 'castagne d'India': "Vieni Gino che andiamo a Torino".
Porta Palazzo, come dice il nome, ricordava un'antica porta romana di quando la città si chiamava Augusta Taurinorum. Ospitava il più grande mercato all'aperto d'Europa e si apriva sul corso Giulio Cesare che, diritto, andava verso il Piemonte orientale e la Lombardia.
La zona di Porta Palazzo era un mondo a sé.
Pareva un villaggio, sorto accanto ai palazzi sabaudi del potere.
Vi abitavano povera gente, immigrati e commercianti.
Poco distante dal Mercato, in Borgo Dora, si vedevano ancora gli stallaggi per ospitare i carri e i cavalli dei contadini che giungevano dalla campagna.
Non era considerato un quartiere 'bene', anzi.
Dalla Piazza della Repubblica, Porta Palazzo, prendeva vita una corta via, fiancheggiata da palazzi dell'Ordine del Mauriziano, voluta dallo Juvarra, architetto siciliano a cui tanto la città deve la sua fisionomia. Via Milano passa davanti al Municipio ed è parte integrante del centro storico. Nei palazzi, segnati da bassorilievi, vi abitava, allora, un'umanità grigia, povera, senza identità.
Lì approdammo, mia madre ed io.
Ricordo che poco mi impressionavano le miserie edilizie del mio borgo, raffrontate alle macerie causate dai bombardamenti, ma qui, in 'centro', dietro alle facciate austere e pretenziose si aprivano antri bui ed umidi, con più scale, di solito tre, scalini larghi e bassi, muri scrostati.
Nell'atrio un'immaginetta della Madonna con un lumino stentato sotto: null'altro. Prendemmo la scala a destra, salimmo per due piani e giungemmo di fronte ad una porta con un'etichetta scritta in stampatello a mano.
Suonammo il campanello e ci venne ad aprire una signora di mezza età, con uno scialle sulle spalle.
Entrammo in un alloggio piccolo, ripieno, però, di esoticherie, fotografie, immagini religiose, cartoline azzurrate. V'era una luce fioca, da tavolo. La lampada aveva un abat-jour ricoperto d'un foulard verde. Sul tavolo c'erano quaderni dalla copertina nera, un calamaio ed una penna. Accanto al tavolo un canapè, avvolto da una coperta a grossi fiori, frangiata, che faceva tanto zingaresco o spagnolo.
La donna ascoltò quel che mia madre le chiedeva.
Mi osservò attentamente, fece un sorriso, mi accarezzò i capelli.
A mia madre rispose, ma io non ascoltai.
Guardavo quel che mi circondava. Mi pareva d'essere finito nell'illustrazione d'un romanzo salgariano.
Mia madre pagò. Non so quanto. Allora, però, le lire in carta erano di grande formato: facevano impressione.
La donna ci salutò, accompagnandoci alla porta. "Niente paura, signora, che passerà! Il bambino è gracile, ma ne ho visti di peggio... Segua la cura e non molli!".
Tornammo a casa dove, ahimè, sperimentai in che cosa consistesse la 'cura' suggerita. Mia madre mi catturò, mi fermò tra le sue gambe, mi spalancò, uno per volta, gli occhi e mi versò dentro succo di limone.
Il dolore era tale che nemmeno riuscivo ad urlare. Tremavo tutto. Scariche mi attraversavano il corpo e calciavo meccanicamente. Mia madre mi teneva sempre fermo, con la nonna davanti che soffriva con me, la vedevo tra le lacrime, ma mi incoraggiava con "Se fa male vedrai che sarà bene. Tutto questo è il segno dell'uomo...". Ma ci credeva poco...
Durò dieci giorni il tormento. Alla fine, però, il catarro se n'era andato e gli occhi, puliti, osservavano, timidi e speranzosi, il panorama della città dura, ferita da nemici ed amici. Fino a che c'erano vetrine il mondo aveva profondità. Vampirescamente assorbivo le immagini degli oggetti esposti e sostanziavo la mia storia. Altri come me facevano lo stesso e l'Internazionale dei bambini poveri si preparava ad affrontare il futuro, se futuro ci fosse stato, senza doni da offrire ma anche senza aspettative o pretese.
Ci lasciassero giocare, la smettessero con il succo di limone, ci comprassero le scarpe Colombino...

GIANNI MILANO